Dal 4 novembre al cinema,Warrior

Vincere i problemi della vita con la lotta greco romana

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Nel film possiamo vedere due fratelli che non si parlano e non si vedono da anni, un padre, artefice scissione familiare a furia di botte e notti ubriache,e un gigantesco torneo di arti marziali miste con un primo premio di 5 milioni di dollari. I due fratelli sono entrambi prodigi della lotta greco romana, perché il padre era un allenatore molto quotato,i fratelli Conlon si ritrovano tra i migliori 16 del pianeta, coinvolti nel torneo che per ognuno dei due può essere la salvezza da quella vita ormai lurida.


Gavin O’Connor ora in Warrior, fa uno sforzo di scrittura e messa in scena non indifferente che, specie nelle scene di lotta,nonostante l’uso di macchina a mano sembra guardare al più alto dei modelli, il padre di tutti i film di pugilato, l’inarrivabile “Il sentiero della gloria”.Eppure per tutto il resto del film il vero punto fermo del regista e sceneggiatore è proprio uno dei film più conosciuti di pugilato “Rocky”, cui viene riservato il trattamento rispettoso che si deve ai testi classici.

Quando il film giunge quasi alla fine si incrociano le due storie parallele e si incrociano nel più ovvio degli scontri finali, O’Connor dà il suo massimo, superando anche il modello eastwoodiano per come lascia che il film non parli con la scrittura ma con il gesto.Nel film la presenza e l’azione che hanno i corpi si fanno veicolo emotivo sostituendo la parola, e proprio attraverso la dura fisicità dei colpi i personaggi si relazionano come accade in uno scambio di battute. Warrior parla e commuove quasi senza bisogno di parole.

 

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